Sant’Ignazio e l’Eucaristia

15 Settembre 2021Omelie di Kolvenbach

Durante questo Anno Ignaziano, pubblichiamo una serie di omelie che il P. Generale Kolvenbach ha tenuto nei giorni della festa di S. Ignazio. In questa prima omelia, P. Kolvenbach parla dell’importanza del’Eucaristia per Sant’Ignazio.

Chiesa del Gesù, Roma, 31 luglio 1985

I nostri occhi vanno al sepolcro di Sant’Ignazio, qui nella Chiesa del Gesù dove questa sera celebriamo insieme la festa del Santo. Nulla di strano nel fatto che vi si rappresenti Ignazio rivestito della pianeta, perché in lui la celebrazione dell’Eucaristia si trova veramente al centro della sua mistica apostolica.

Prima di celebrare l’Eucaristia Ignazio ne aveva meditato, la vigilia, i testi liturgici e, dopo la messa, passava volentieri due ore di ringraziamento. Poco importa la rilevanza degli affari o l’urgenza del lavoro apostolico: nessuno aveva il diritto di disturbarlo durante questo tempo privilegiato. Per rimanere, durante la giornata, unito al sacrificio eucaristico, Ignazio si faceva fare una finestra nella parete per poter vedere sempre l’altare e ricordarsi del mistero pasquale. I testimoni sono unanimi: durante la messa, che durava un po’ più di un’ora, Ignazio riceveva delle grandi consolazioni e un senso straordinario della Trinità all’opera nella storia degli uomini, nella vita della Chiesa, nell’intimità più profonda della sua missione personale. Così l’Eucaristia si imponeva a Ignazio in tutta la sua realtà pasquale, gioiosa e dolorosa, a tal punto che spesso ne rimaneva esausto. Negli ultimi anni della sua vita Ignazio non celebrava che alla domenica e nelle feste, per la poca salute che non sopportava più – dicono le fonti – le spossanti visioni che accompagnavano la sua messa. Nell’Eucaristia Ignazio moriva con il suo Signore per la vita dei suoi fratelli, per «aiutare le anime».

Per dei mesi Ignazio si era preparato prima di celebrare l’Eucaristia per la prima volta nella notte santa del Natale del 1538, davanti alla reliquia del Presepe a Santa Maria Maggiore. Egli, che aveva tanto desiderato di rimanere in Terra Santa per «aiutar( vi) le anime» annunciando il mistero dell’incarnazione, celebrava a Roma la sua messa sul mondo, obbedendo alla volontà di sua Divina Maestà. Tre anni più tardi, circondato dai suoi primi compagni, davanti all’ostia, Ignazio s’impegna a seguire il Signore povero, casto e obbediente, nella Compagnia di Gesù. Ancora oggi i gesuiti che mettono la loro vita esistenzialmente sotto il segno del pane spezzato e del sangue versato per la vita del mondo, ripetono i gesti dei primi compagni, compiuti a San Paolo fuori le mura.

Per dare delle Costituzioni a questa giovane compagnia Ignazio cerca l’ispirazione nelle molte messe che celebra; i passi più importanti hanno sempre ottenuto una conferma divina durante l’Eucaristia celebrata a questa intenzione. Questo amore per l’Eucaristia non poteva non trasmettersi ai compagni di Ignazio, che fanno l’esperienza di una medesima fame eucaristica, introducendo la messa quotidiana e la comunione frequente anzi quotidiana. Fedele a questa tradizione spirituale l’ultima Congregazione Generale ha dichiarato che «la nostra vita, a esempio di quella d’Ignazio, è radicata nell’esperienza di Dio, che per mezzo di Gesù Cristo ci chiama, ci raccoglie in unità e ci invia in missione. L’Eucaristia è il luogo privilegiato in cui celebriamo questa realtà».

Questo amore per l’Eucaristia non poteva mancare negli Esercizi Spirituali. Infatti la contemplazione della Cena sarà chiamata il terzo fondamento degli Esercizi, dopo il Principio e il Regno. L’Eucaristia è posta a congiunzione tra la seconda e la terza settimana come il punto centrale dove converge tutto il mio desiderio concreto di essere con il Cristo e da dove fluisce il compimento di questo desiderio nel mio cammino pasquale con il Cristo per mezzo della sua Eucaristia. L’Eucaristia si presenta allora in primo luogo – Paolo già lo ricordava – come un vero giudizio. Ciascuno vi manifesta di che spirito è, perché la nostra elezione, le nostre scelte sono confrontate con il cammino che il Signore ha scelto. Chi non discerne ciò che significa per lui il corpo e il sangue di Cristo, mangia e beve la propria condanna. Comunicando con l’offerta di Cristo nella Cena, la scelta per il cammino di Cristo assume il pieno significato di una conversione personale ed ecclesiale. Come ogni prodotto della natura non diviene nutrimento dell’uomo che per mezzo di una conversione; come il frumento non diviene pane se non è mietuto, trebbiato e macinato; così il Signore dicendo nella Cena «questo è il mio corpo» per essere nostro nutrimento di vita, si vota alla morte che sola rende fruttuosa e compie una tale conversione. Questa conversione è la passione pasquale – questo desiderio ardente di mangiare con noi tutti la Pasqua affinché tutti passino dalla loro morte alla vita. Così il Signore esce da se stesso e si consegna agli altri; rinuncia a se stesso, colui che era Dio, e si fa nutrimento di tutti. Nessuna meraviglia allora che Ignazio lottasse nell’Eucaristia quando lasciava prendere ciò che aveva e ciò che era per essere convertito, non ai suoi propri progetti e alle sue scelte generose, ma ai sentimenti che furono quelli di Cristo nella sua Passione. Per mezzo dell’Eucaristia la vita di Ignazio diviene l’esodo di una persona naturalmente egoista e limitata, convertita in nutrimento «per voi e per molti». È nell’Eucaristia che le parole e i pensieri, i desideri e le aspirazioni che gli Esercizi suscitano, divengono esistenzialmente il corpo e il sangue, la cruda realtà delle nostre vite nella realtà crocifiggente e risorgente di Cristo.

Comunicarsi significa allora volere che la storia concreta delle nostre vite personali e comunitarie sia afferrata e trasformata dalla storia pasquale del Signore Gesù, che continua la sua passione fino alla fine dei tempi. In questa congiunzione che solo l’Eucaristia compie, Ignazio ha scoperto la sorgente della sua spiritualità e del suo apostolato. Talvolta leggendo il suo Diario ci si accorge che Ignazio è attirato dagli sguardi in alto, dal cielo tutto alto. Ma l’Eucaristia gli ricorda quella parola che gli apostoli ascoltavano il giorno dell’ascensione; perché guardate in alto, il cielo? È ben giù, nel quotidiano, nell’esistenza di tutti i giorni con le sue gioie e le sue pene che il pane e il vino simbolizzano, che la Trinità vuole essere scoperta, adorata e servita, all’opera per noi. Sono di uno stretto collaboratore d’Ignazio queste parole: «Io non voglio che tu sia solamente un uomo spirituale e raccolto quando celebri la Messa, no; occorre che tu sia anche un uomo spirituale e raccolto nel tuo lavoro, affinché tutta la forza dello spirito e della grazia risplenda nelle opere».

Così Ignazio non cerca più l’unione con la Trinità in alto, nel sempre più alto, di un idealismo puro o di un’interiorità tutta pura, ma nella comunione del pane e del vino che la passione del Signore converte in opera della Trinità. Dopo che il Signore Gesù, la vigilia della sua passione, ha preso il pane perché si desse amorosamente in nutrimento di vita per tutti, ogni mistica si compie attraverso il corpo pesante, umiliante e umiliato dell’uomo. C’è una preghiera eucaristica più sublime e più umile di quella del Principio negli Esercizi Spirituali, che osa mettere sulla patena la nostra brama di non voler più la salute che la malattia, più la ricchezza che la povertà, più l’onore che il disonore, più la vita lunga che quella breve e così per tutto il resto senza eccezione della nostra esistenza, desiderando e scegliendo unicamente il cammino della Passione del Signore che l’Eucaristia non cessa di compiere tra noi? C’è una preghiera eucaristica che osi «altamente e umilmente» tradurre il «questo è il mio corpo» come quella della fine degli Esercizi: lasciar prendere dal Signore libertà e memoria, intelligenza e volontà, avere ed essere per ricevere il dono d’amore e di grazia che è te stesso, il corpo di Cristo, il sangue di Cristo per la vita del mondo? L’Eucaristia, «ché questa mi basta».

Un critico d’arte ha notato che le vesti sacerdotali – la pianeta che Ignazio porta – sono e devono essere le vesti più belle perché devono nascondere tanta debolezza e povertà umana. A una certa epoca della sua vita Ignazio aveva l’abitudine di far seguire la sua firma da questa misteriosa espressione: «de bontad pobre», povero di bontà, povero in amore, Anche Ignazio non ha che cinque pani e due pesci e ciononostante condivide la missione del Signore di nutrire la folla. Anche Ignazio sogna di far partecipare pienamente gli altri alla Passione da cui egli si è lasciato interamente conquistare. Allora Ignazio attinge nell’Eucaristia la fede nella lenta conversione eucaristica del mondo, una fede che accetta di camminare lungamente e pazientemente con ogni uomo, perché scopra anche lui questa conversione di tutta la sua libertà in amore eucaristico. Ignazio attinge nell’Eucaristia una speranza che attende malgrado le apparenze l’avvento di Colui che l’Eucaristia celebra finché egli venga; soprattutto l’amore che già e non ancora ha preso Ignazio e si è trasformato per mezzo dell’Eucaristia in un ardente desiderio di servire «ovunque nel mondo dove il Vicario di Cristo ci invierà».

 

Scopra le altre omelie quì.

Written byÉcrit parEscrito porScritto da Peter Hans Kolvenbach SJ
Peter Hans Kolvenbach SJ (30 novembre 1928 - 26 novembre 2016), gesuita olandese e ventinovesimo superiore generale della Compagnia di Gesù.

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